Il Pd può tornare ad essere la casa comune dei progressisti

Intervista pubblicata sulla Gazzetta del Mezzogiorno dell'8 febbraio 2018

Il Pd è caratterizzato da continui conflitti interni. Lo era anni fa, prima del suo addio, e lo è ora. Cosa ha determinato il suo ritorno nel partito?

Il Pd oggi può tornare ad essere la casa comune dei progressisti, l’unico grande partito a sinistra in grado di realizzare una proposta di governo autorevole e credibile, recuperando la propria identità che non può essere affidata solo ad alcune provenienze ideologiche ma é quella di una comunità plurale e inclusiva. La discussione interna, esito anche della recente fase congressuale, per quanto vivace, non ha impedito, però, di riconoscere una leadership. Contrariamente a quanto avviene, invece, negli altri partiti piccoli o grandi, o negli altri schieramenti, dove spesso i leader si autopropongono nei simboli salvo poi non essere riconosciuti come tali da compagni di viaggio o dagli alleati.

A proposito di conflitti interni, come giudica il cosiddetto "Modello Puglia" di Emiliano?

Credo che il “Modello Puglia” di Emiliano abbia concentrato le sue energie in una sorta di rodaggio di un nuovo approccio, del tutto prevedibile considerate le peculiarità del timoniere”, ma che forse poteva essere più corto. È del tutto evidente però che ora, giunti al traguardo della prima metà di mandato, c’è la necessità di esporre i primi risultati, forse sin qui ancora poco visibili e, pertanto, non semplici da valutare. Alcuni osservatori ci allertano sulla possibilità che quel feeling acceso con i pugliesi si sia un po’ assopito ma, di questo sono fiducioso, Michele ha potenzialità ed energie intorno per riaccenderlo con la prova dei fatti, per soddisfare le aspettative della comunità. La campagna elettorale in corso può essere preziosa occasione in tal senso.

Il presidente Emiliano dovrebbe essere, come ha chiesto D'Alema, "super partes" in questa campagna elettorale?

Il presidente Emiliano è un autorevole esponente del PD e, quindi, ha l’obbligo di contribuire al risultato elettorale per garantire al Paese la prosecuzione di un governo di centrosinistra, unico vero argine al ritorno delle destre, oggi ancor più xenofobe ed anti europeiste di qualche anno fa, e dei populismi a cinque stelle che già in molte comunità, piccole e grandi, hanno evidenziato evidenti incapacità di governo, impegnati come sono a vendere fumo limitandosi ad elencare problemi senza mai indicare proposte competenti e concrete ad uno solo di essi. La richiesta di D’Alema è però singolare per un’altra ragione: dimentica che da Presidente del Consiglio venne in Puglia immaginando di spingere, con quel ruolo, il centrosinistra alla vittoria delle regionali del 2000. Le cose però andarono diversamente...

Lei è stato assessore regionale all'Agricoltura, su Xylella quanto è stato fatto? E cosa si poteva fare di più per arginare l'emergenza?

Non v’è dubbio che la Xyella sia stata un’emergenza talmente complessa da trovare il sistema, non solo regionale, impreparato. Credo pure però che, per troppo tempo, gli organi decisionali abbiano patito le prediche populistiche e le tesi complottiste, dimostrandosi troppo sensibili all’ipotesi di derogare alle indicazioni che la scienza e i protocolli europei mettevano a disposizione per tentare di arrestare il dilagare della patologia.  Oggi, questo è il punto, non possiamo più perder tempo nel ricercare responsabilità per le cose fatte o non fatte: è necessario un cambio di passo per agire concentrati e con maggiore determinazione non solo nella direzione del contenimento ma anche in quella dello scenario futuro, approfittando anche di un approccio diverso da parte dell’Unione Europea che finalmente ha aperto alla possibilità di interventi capaci di restituire prospettiva al comparto, penso ad esempio l’autorizzazione al reimpianto.


Su Tap c'è stato un improvviso cambio dell'approdo da Lendinuso e San Foca. Proprio in qualità di ex esponente del governo regionale, secondo lei, qual è stata la motivazione della scelta ricaduta su Melendugno?

Nessuno può negare, perché ormai fa parte della storia, che la virata su San Foca, che io non ho mai condiviso, sia stata frutto all’epoca anche della disponibilità ad ospitare quell’opera da parte di amministratori rappresentativi di quel territorio. Lo dissi durante le primarie del 2014, lo penso ancora: una diversa localizzazione andava scelta all’interno del procedimento di valutazione in corso, pur nella consapevolezza che un’altra opzione non avrebbe escluso stesse reazioni in altri territori. Era quello il momento per indicare uno scenario alternativo e farlo oggetto di un confronto, all’interno di un percorso partecipativo in cui la comunità poteva e doveva occupare un ruolo diverso e strategico. Fra l’altro, la procedura di finanziamento prevedeva una valutazione di impatto ambientale e sociale: era l’occasione per affrontare e dirimere i conflitti. Superata quella fase, credo sia legittimo che una comunità, attraverso i propri rappresentanti, provi a ricorrere nelle sedi istituzionali competenti ed in ogni grado possibile per affermare ragioni diverse, salvo poi accettare gli esiti. Funziona così in uno Stato di diritto.

Dopo il 4 marzo, meglio un caffè con Di Maio o con il centrodestra? 

Sono totalmente concentrato sul “prima del 4 marzo”, perché da quell’appuntamento dipende il futuro del Paese. Parlare oggi di ciò che potrebbe succedere il 5 marzo vuol dire rinunciare all’impegno di riempire di contenuti una campagna elettorale che rischia di caratterizzarsi solo sulle fake news e troppo poco sulle cose concrete, vere e reali da proporre e poi realizzare allo scopo di irrobustire i primi segnali di crescita che, finalmente, investono anche il nostro Paese.

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